Centro Astalli Palermo

Il Centro Astalli Palermo, nato nel 2003 dalla volontà di un gruppo di volontari facenti parte della Comunità di Vita Cristiana (CVX) presso il CEI – Centro Educativo Ignaziano, offre da 15 anni servizi ai migranti in grave condizione di disagio.

Nel 2006, a 3 anni dalla nascita dell’Associazione, il Centro Astalli Palermo ha aperto le porte di una nuova sede operativa all’interno del quartiere Ballarò, cuore del centro storico cittadino, venendo sempre più a contatto con i bisogni dei richiedenti asilo e rifugiati presenti nel territorio. A oggi sono più di 11.000 i migranti che negli anni hanno chiesto aiuto e assistenza ai volontari dell’Associazione che operano quotidianamente nelle diverse attività.

Il Centro offre diversi servizi di prima accoglienza: la colazione, le docce, la distribuzione di indumenti, la scuola d’italiano (con tre livelli di insegnamento e 5 classi), il doposcuola, la consulenza legale, l’ambulatorio medico in collaborazione con Medici Senza Frontiere e lo sportello lavoro. Al fine di favorire l’integrazione e l’inserimento sociale, il Centro propone anche una serie di attività di seconda accoglienza: laboratori artigianali, preparazione alla scuola guida, corsi di lingue straniere, che hanno l’obiettivo di creare occasioni di incontro tra i migranti presenti nel territorio e i cittadini residenti. Per valorizzare lo scambio con il territorio, tutte le attività portate avanti prevedono un lavoro sinergico ed integrato tra i diversi attori sociali palermitani come parrocchie, scuole e altre associazioni. La rete di supporto risulta indispensabile per rispondere ai bisogni della persona e funzionale alla risoluzione delle diverse situazioni di disagio.

Contattaci

Palermo – Centro Astalli 
Piazza SS. Quaranta Martiri 10/12 90134 Palermo
Tel.  091 9760128
www.centroastallipalermo.it
astallipa@libero.it

Presidente: Alfonso Cinquemani

Vice Presidente: Simona La Placa
Coordinamento: Dina Arcudi
Segreteria: Livia Tranchina
Progettazione: Mariagiulia Manzella
Coordinamento SPRAR: Donata Perelli

Operatori: 10

Mediatori culturali: 4

Volontari: 60

Statistiche

Utenti del Centro Astalli Palermo nel 2018

Su un totale di 7.051 persone assistite nel 2018, il numero dei nuovi utenti registrati supera le 900 unità, confermando il costante aumento della richiesta di usufruire dei servizi erogati dal Centro Astalli Palermo da parte dei migranti in stato di bisogno. Sono state oltre 17.000 le colazioni servite nel corso dell’anno, e oltre 1.400 le persone che hanno usufruito della distribuzione del vestiario. Lo sportello legale ha realizzato 298 interventi rispondendo alle esigenze di 186 persone. Lo sportello lavoro ha registrato un aumento degli interventi, che sono passati dai 507 del 2017, ai 915 del 2018.

Nel 2014 è stato avviato il progetto Una casa lontano da casa grazie al quale è stato possibile trasformare parte dell’ex residenza dei padri Gesuiti di Casa Professa in un centro di accoglienza SPRAR per 47 beneficiari accolti durante l’anno. Nel 2018 è stato inaugurato anche un nuovo Centro di accoglienza presso i locali di via Franz Lehar 2, una struttura, adiacente all’Istituto Pedro Arrupe, ricevuta in comodato gratuito dalla Compagnia di Gesù, con 9 posti letto destinati a 4 donne e 2 nuclei familiari, in convenzione con il sistema SPRAR.

Nell’ambito dei progetti didattici FinestreStorie di rifugiati e Incontri – Percorsi di dialogo interreligioso il Centro Astalli Palermo ha incontrato nel 2018 i ragazzi di alcune scuole medie e superiori del territorio, per un totale di 20 classi.

CA Palermo 2019

Testimonianze

1200 dollari per un posto su un gommone

Ali è un ragazzo di 26 anni, sudanese, giunto in Italia vivo per miracolo. È uno dei tanti arrivati dal mare. Dopo essere stato 60 giorni nel centro di prima accoglienza a Lampedusa e 30 giorni nel centro di permanenza temporanea di Agrigento, è stato espulso dall’Italia senza la possibilità di chiedere asilo.  Una volta giunto in Inghilterra, nel rispetto della Convenzione di Dublino, gli hanno spiegato che doveva presentare richiesta di asilo nel primo paese europeo in cui era stato. Ora, con un permesso per motivi umanitari, che finalmente gli è stato concesso dalle autorità italiane, sogna di fare il fornaio, il mestiere che gli ha insegnato suo padre.   Come è iniziato il tuo viaggio per l’Italia? Scusa se insisto ma promettimi di usare un altro nome per l’intervista. Mia madre non sa nulla di quello che ho dovuto passare per arrivare qui. Le ho solo detto che è andato tutto bene, che il viaggio è stato tranquillo. Lei non voleva che io partissi e così ho preferito rassicurarla: non deve sapere che suo figlio ha conosciuto da vicino la morte. Il mio viaggio per arrivare in Italia è iniziato in un tir: eravamo in 105 stipati uno vicino all’altro, ognuno con il suo posto pagato 100 dollari per attraversare il deserto fino in Libia. Il viaggio è durato una settimana, il cibo era poco e l’acqua meno. Ci facevano sgranchire le gambe una volta al giorno per cinque minuti. Una volta arrivato in Libia cosa hai fatto? Sono stato due mesi a Tripoli prima di poter partire per l’Italia. Non sapevo bene come fare a contattare chi organizza i viaggi, ma ci ho messo poco a capire a chi mi dovevo rivolgere per lasciare la Libia. Ho incontrato un gruppetto di sudanesi che mi hanno messo in contatto con un tizio, anch’egli sudanese. Poche parole, niente convenevoli: 1200 dollari è il prezzo di un posto su un  gommone per un viaggio che – mi dicevano – “dura al massimo 12 ore: in questo periodo non c’è da preoccuparsi,  il mare è calmo e non c’è vento”. Il 1 agosto del 2004, un giorno prima della partenza, sono stato avvertito che l’indomani all’una di notte mi sarei dovuto trovare in una spiaggetta nascosta non molto lontana dal porto. Oltre a me quella notte c’erano altre 16 persone ad aspettare. Eravamo tutti giovani uomini sudanesi tranne un ragazzo e una coppia di coniugi ghanesi. Il marito si era offerto di guidare il gommone e per questo non aveva pagato la sua quota. Sapevamo che il viaggio doveva durare un giorno e avevamo con noi un panino a testa, un pezzo di formaggio e una bottiglia d’acqua per tutti. Ci avevano detto di non portare nulla perché sul gommone non c’era spazio per i bagagli. In realtà non c’era spazio nemmeno per diciassette persone, eravamo tutti molto stretti uno vicino all’altro. Comunque pensavo che dodici ore le avrei sopportate abbastanza facilmente. Come è andata? Sei riuscito a sopportare queste dodici ore di viaggio? Ci abbiamo messo sei giorni ad arrivare. Cinque di noi non ce l’hanno fatta. Un vero incubo: dopo 25 ore di navigazione entrava acqua nel gommone e avevamo finito cibo e acqua da bere. Abbiamo avuto un barlume di speranza quando è comparsa all’orizzonte un’enorme nave bianca. Ci siamo avvicinati per chiedere soccorso. Dalla nave ci dicevano di allontanarci, che non ci avrebbero fatto salire. Vedevamo la nave allontanarsi insieme all’unica possibilità di salvarci tutti.  Dopo altri due giorni così ormai eravamo esausti, pensavo di morire, che non ce l’avrei fatta e che era stato tutto inutile. Durante la notte tra il quarto e il quinto giorno quando l’acqua ormai ci arrivava al collo, abbiamo deciso di tentare il tutto per tutto, tanto ormai non avevamo più nulla da perdere. E così abbiamo staccato il motore dal gommone per alleggerirne il peso e inoltre abbiamo buttato in acqua le taniche di benzina che avevamo a bordo. Quattro di noi hanno deciso di mantenersi a galla con le taniche vuote, abbondando per sempre l’imbarcazione che era inservibile. Io e gli altri non ce la siamo sentiti di seguirli e così siamo rimasti tutti vicini uno sopra l’altro appoggiati alla parte anteriore del gommone. I quattro che avevano scelto di affidarsi alle taniche vuote, spinti dalla corrente, non sarebbero mai arrivati in Italia. Come siete giunti in Italia? Al sesto giorno eravamo tutti consapevoli che non avremmo visto la notte. Un’onda più grande delle altre ci ha buttati tutti sott’acqua per circa venti interminabili secondi prima di riemergere. È stato terribile. Siamo stati travolti dall’onda in tredici ma siamo riemersi solo in dodici: la moglie del ghanese non ce l’aveva fatta. Il marito non aveva il coraggio di guardare. Ormai non c’era più niente da cercare o da raggiungere, anche le nostre vite erano perdute. Dopo qualche minuto abbiamo avvistato una nave ma ormai eravamo sicuri che neanche stavolta ci avrebbero aiutato. A questo punto credo di aver penso i sensi. Mi sono risvegliato su una barca con delle persone che mi davano da bere e mi tenevano la fronte. Fa male ricordare? Certo fa male. Ma quello che fa più male è sentirsi chiamare clandestino e sentire le notizie al telegiornale di quelli che muoiono. Nessuno dice che siamo disperati, che siamo disposti a morire pur di lasciare i nostri paesi distrutti dalle guerre. Nessuno immagina cosa significa arrivare vivi in Italia. Nessuno sa quanta gente specula sulla nostra vita.

8 giugno 2013