Testimonianze

Storie rifugiate

3833Aweis, l’uomo che ha vinto tre volte

Credeva di riuscire a cavarsela, Aweis, nel caos di Mogadiscio. Contava sui suoi mille contatti, sulla capacità di stare al mondo con un pizzico di astuzia. Anche quando le milizie di al-Shabaab hanno dato alle fiamme il suo cinema, uno spazio di leggerezza e di vita in una città piegata dagli scontri armati, non ha pensato subito di andarsene. Ha cercato di ritagliarsi uno spazio per un’esistenza tranquilla, venendo a patti con chi comandava in quel momento. Poi una richiesta, inaccettabile: uccidere degli innocenti per provare la propria cieca obbedienza. A questo Aweis non può acconsentire.

Rifiutandosi di diventare un assassino per paura, Aweis registra la sua prima vittoria, quella contro la spirale di violenza che da troppi anni travolge la sua Somalia. È una vittoria amara, che paga con la fuga. Una discesa agli inferi in cui un orrore lascia il posto a un altro orrore: trafficanti senza scrupoli, un itinerario infinito in cui la vita umana sembra non contare più nulla, in quel Sahara in cui si vive o si muore per una manciata di dollari. Aweis combatte per sopravvivere, ma anche per non perdere la sua dignità. Per non assuefarsi alle atrocità quotidiane.

Aweis vince ancora, sopravvivendo al suo personale duello con la morte. Il deserto non lo inghiotte, i flutti del Mediterraneo non lo travolgono. Neanche il percorso, tutto in salita, che deve intraprendere da rifugiato in Italia ne abbatte la forza d’animo. La mente corre costantemente a chi è rimasto a casa. Qualcuno è stato ucciso dalla vendetta cieca dei persecutori. Ma a Mogadiscio ha lasciato tre bambini, che in tutta la loro vita non hanno mai conosciuto la pace. Non sarebbe un padre se non si buttasse, anima e corpo, anche in questa battaglia. Una guerra diversa, altrettanto estenuante: burocrazia, ritardi, cavilli incomprensibili. Ma è arrivata anche la terza vittoria, e molte altre seguiranno. Noi facciamo il tifo per lui, per loro.

IMG_9824 - Version 2Frank. Cosa rimane di quegli anni?

Da qualche mese abita vicino Roma, in una villetta in cohausing con un’altra famiglia. Vive con la moglie, giunta qualche anno dopo di lui, con un ricongiungimento familiare. Una moglie che lo credeva morto. Una moglie per cui è nato due volte. La seconda in Italia. Qui gli orrori della dittatura, delle persecuzioni, delle torture sono riposte in un luogo lontano della mente.

A volte ritornano, fanno capolino e tolgono il sonno, ti gettano in una malinconia struggente per un passato distrutto, per un sogno inseguito da bambino, per una vita finita in Camerun, tra le righe del suo giornale. Ha avuto il coraggio di scrivere ciò che non doveva. Non conosceva un altro modo per fare il giornalista: una vita a servizio della verità.

Ecco cosa è rimasto di quella forza, di quel coraggio che gli presero la mano e gli fecero metter nero su bianco i brogli elettorali a cui aveva assistito di persona, in un seggio davanti ai suoi occhi. E ora? Fa i conti con un passato che non tornerà. Un prezzo troppo alto da pagare? Forse.

La domanda più difficile: cosa rimane di quegli anni spesi per un ideale di giustizia? La risposta nonostante tutto è immediata, non ci deve pensare neanche un minuto. Riuscire a guardare sua moglie negli occhi e non vergognarsi di nulla, con la stessa fierezza di quando l’ha vista per la prima volta, con lo sguardo limpido e denso di quando le ha chiesto di sposarlo.

Oggi Frank è un testimone di un paese dilaniato. Parte del suo lavoro è raccontare la sua storia. La spiega nei particolari: la situazione politica del Camerun, le violazioni dei diritti umani, le persecuzioni, il viaggio nascosto come un clandestino, le difficoltà a riprendersi il futuro in mano e modellarlo secondo i suoi sogni. Testimoniare, raccontare, denunciare, informare nonostante tutto dà sollievo. È un balsamo per l’anima e per la coscienza. È l’unico modo che ha per aiutare il suo popolo vessato, perseguitato, umiliato da una dittatura insensata.

Centro AstalliIsabel, una storia fatta di roccia

Occhi neri e profondi, una cura per l’aspetto che stride con il dolore potente che le appartiene, che si porta dentro, con cui lotta giorno dopo giorno. E la vittoria fino a sera non è ancora scontata. Una storia che condivide da anni con gli studenti delle scuole superiori. Un racconto che lascia incantati, increduli, che colpisce dritto al cuore.

Parla di una Colombia dilaniata da interessi che sanno di sporco. Lei che ha uno sguardo così limpido sulla vita, un’ingenuità bambina che ha mantenuto nonostante l’esperienza assurda del sequestro, le notti nella foresta, l’orrore che non dice e per questo, più di ogni altra parola detta, fa accapponare la pelle. Una famiglia di quelle di una volta, fatta di roccia, la sua, forte, unita, pronta a tutto pur di mettere in salvo questa figlia disgraziata che si è trovata al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Un aereo all’improvviso e tutto quello che era, non è più. Un abisso da Bogotà a Roma, sola lei che sola non era mai stata. Lei che alla solitudine non si è mai rassegnata, lei che cerca con ostinazione e pervicacia il calore umano.

I ragazzi delle scuole, il Centro Astalli, gli incontri pubblici, le interviste, lei c’è sempre, non si tira mai indietro. Ogni incontro, ogni sguardo, ogni sorriso sono alleati preziosi per sopravvivere a un giorno che altrimenti rischierebbe di essere troppo lungo. Un italiano mai imparato del tutto, sempre accennato, approssimato, mischiato a uno spagnolo che sente suo che la tiene legata alle sue radici, ai suoi anni felici, a quei genitori ormai anziani e ammalati che non ce la fanno più a restare da soli. E così sono loro l’obiettivo per cui combattere, il motivo per alzarsi ogni giorno, la sfida ardua ma non impossibile di farli arrivare qui ad ogni costo. L’importante è riabbracciarli da vivi, finché ancora ci sono. L’importante è ritrovarsi e riconoscersi ancora una volta famiglia, roccia, forza. Guardarsi ancora una volta negli occhi e dirsi siamo stati più forti noi. 

Centro AstalliQaiser. Tutto il peso delle parole

Rivede se stesso in quegli occhi di bimbi eppure non li ha riconosciuti immediatamente. Molto tempo è passato da quel distacco improvviso, crudele, da quell’arrivederci sussurrato così piano da non somigliare a una promessa, ma solo a una speranza troppo incerta per sopravvivere alla realtà.

Conosceva i rischi. Era conscio dei pericoli che avrebbe corso perché certe cose in certi luoghi non si possono dire. Alcune persone in certi Paesi non si possono sfidare. Ma per Qaiser quello del giornalista era qualcosa di più di un semplice mestiere. Denunciare le vessazioni subite dai suoi connazionali, testimoniare le discriminazioni e le ingiustizie cui è sottoposta la minoranza cristiana in un Paese complesso come il Pakistan può diventare più che un lavoro, può trasformarsi in una ragione di vita. Ma anche di morte. E così quando le prime intimidazioni sono divenute vere e proprie minacce rivolte alla sua famiglia, Qaiser ha capito che il momento tanto temuto era ormai arrivato.

Non poteva rischiare la vita dei suoi cari, doveva metterli in salvo e lasciare il Paese al più presto. Ma non è facile spiegare ai tuoi bambini i motivi di una fuga repentina. Non è facile chiedere a tua moglie di lasciare la sua casa, il suo lavoro e ricominciare da sola, nascosta in un villaggio isolato. Eppure Qaiser continua a considerarsi fortunato. L’aiuto del direttore del suo giornale, i contatti internazionali intessuti nel tempo gli hanno permesso di arrivare facilmente in Italia. Ma anche qui gli ostacoli da superare non sono mancati. Trovarsi catapultato in un Paese sconosciuto, lontano dagli affetti, impossibilitato a svolgere quel lavoro che era tutta la sua vita lo ha costretto ad attingere, ancora una volta, a quel coraggio e a quella determinazione dimostrati mille volte nelle sue battaglie.

Oggi Qaiser ha finalmente riabbracciato la sua famiglia. È di nuovo padre, è di nuovo marito. Ma soprattutto ha la consapevolezza di non aver mai smesso di essere uomo.

13 giugno 2013