La descrizione di un anno di attività e servizi in favore di richiedenti asilo e rifugiati
Il Centro Astalli presenta una fotografia aggiornata sulle condizioni di richiedenti asilo e rifugiati che durante l’anno si sono rivolti alla sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati e hanno usufruito dei servizi di prima e seconda accoglienza che l’organizzazione offre. Il commento di P. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, sull’anno trascorso.
Rifugiati: la misura della nostra umanità
Il 2025, anno del Giubileo della Speranza, si è chiuso lasciando aperta una ferita che non si rimargina: 117,3 milioni di persone forzatamente sfollate nel mondo, secondo le stime dell’UNHCR contenute nei Mid-Year Trends 2025. Un numero che interpella le coscienze e non ammette indifferenza. Il lieve calo registrato nei primi mesi dell’anno appare legato soprattutto all’aumento dei rimpatri da Paesi come Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Siria, territori che restano però segnati da conflitti attivi e da un’instabilità strutturale che non permette alcun ottimismo. Occorrerà attendere i dati consolidati per stabilire se si tratti di un’inversione reale di tendenza o di una flessione temporanea. E mentre questo rapporto va in stampa, la realtà non si ferma ad aspettare le statistiche. I conflitti in corso in Medio Oriente continuano a produrre sfollamenti: oltre 3 milioni di persone sono già state costrette a fuggire tra il Medio Oriente e l’Asia Sud-Occidentale.
Il 2025 è stato anche un anno di profondi scossoni per l’ordine internazionale. L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha compiuto ottant’anni in un contesto in cui il multilateralismo appare fragile, messo alla prova da conflitti diffusi e da una crescente polarizzazione geopolitica. Come ha ricordato il Presidente della Repubblica nel suo messaggio per la ricorrenza: «L’ONU non è un superfluo orpello diplomatico o foro di dibattito fine a sé stesso: da esso dipendono le sorti di una Comunità degli Stati pacificata e cooperativa, realizzando i nobili ideali di quanti ne concepirono l’istituzione dopo le immani tragedie dei due conflitti mondiali nel secolo scorso». Parole che suonano oggi come un monito, in un momento in cui quegli ideali vengono apertamente erosi.
A questo proposito, non si può tacere su una delle scelte più destabilizzanti di questi mesi: il taglio massiccio ai fondi dell’USAID da parte degli Stati Uniti, e le misure analoghe adottate da altri Paesi occidentali sui bilanci destinati alla cooperazione internazionale. Le conseguenze sono immediate e concrete: programmi umanitari sospesi, organizzazioni sul campo costrette a ridurre drasticamente le proprie opeazioni, popolazioni in fuga private di servizi essenziali, quali cibo, acqua, assistenza sanitaria, protezione. Ma le ripercussioni raggiungono anche i Paesi di primo accesso e transito, dove la pressione migratoria non riceve risposte strutturali adeguate; colpiscono direttamente il Terzo settore italiano, dove per le organizzazioni che operano nell’accoglienza e nell’inclusione è a rischio la continuità di servizi indispensabili.
Il 2025 è stato inoltre l’anno della scomparsa di Papa Francesco, voce instancabile in difesa di migranti e rifugiati lungo tutto il suo pontificato. Nelle sue ultime parole pubbliche, nella benedizione Urbi et Orbi del giorno di Pasqua, ha rinnovato un appello che era quasi un testamento spirituale: «Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile!». Il suo sguardo si è posato su tutti i teatri di crisi, dalla Striscia di Gaza a Israele, dal Libano alla Siria, dallo Yemen all’Ucraina, fino all’Armenia e all’Azerbaigian – giunti faticosamente alla firma di un accordo di pace –, senza dimenticare i Balcani, il Sahel, il Corno d’Africa e la Regione dei Grandi Laghi. Anche il suo successore, Papa Leone XIV, ha richiamato fin dalle prime parole l’urgenza di una pace «disarmata e disarmante».
Sul fronte europeo, l’anno ha registrato una diminuzione degli arrivi cosiddetti “irregolari”: quasi 178.000, con una riduzione del 26% rispetto all’anno precedente (dati Frontex), inclusa la rotta balcanica. Dati che alcune voci politiche hanno interpretato come una conferma dell’efficacia delle politiche restrittive. Noi leggiamo quegli stessi numeri in modo diverso, e con preoccupazione. A dicembre 2025, il Consiglio e i negoziatori del Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio che rivede il concetto di Paese terzo sicuro e amplia le circostanze in cui una domanda d’asilo può essere dichiarata inammissibile. A febbraio 2026, il Parlamento ha poi approvato in via definitiva le modifiche al regolamento sulle procedure di asilo dell’UE, per consentire un esame più rapido delle domande. C’è chi plaude a queste misure, descrivendole come strumenti di contrasto all’immigrazione irregolare e ai trafficanti di esseri umani. In realtà, ciò a cui stiamo assistendo è lo smantellamento progressivo del diritto d’asilo. Un diritto che si fonda sulla valutazione individuale della storia personale di ogni richiedente, non su criteri geografici astratti. Queste riforme non affrontano le cause profonde delle migrazioni forzate – conflitti, cambiamenti climatici, disuguaglianze strutturali, povertà endemica – ma si limitano a erigere barriere normative sempre più sofisticate per impedire l’accesso alla protezione. Senza politiche parallele, reali e sostanziali, a favore dell’immigrazione regolare e dell’inclusione, questo impianto legislativo assume sempre più le caratteristiche di un’ostilità istituzionalizzata nei confronti dei migranti, che legittima e alimenta derive nazionaliste ormai ampiamente diffuse nel continente.
Nel frattempo, nel Mediterraneo centrale si continuano a contare i morti: sono state almeno 1.330 le vittime nel 2025, disperse nelle acque che separano le coste del Nord Africa dall’Europa, a seguito di numerosi naufragi. Un mare sempre più privo di adeguati pattugliamenti – anche da parte delle navi umanitarie, ostacolate da normative ostili – continua a inghiottire vite umane nell’indifferenza. E quando quei corpi vengono restituiti alle coste italiane, ci ricordano con brutalità inconfutabile che dietro ogni numero c’è una persona: qualcuno che cercava un futuro e ha trovato la morte, spesso nell’indifferenza collettiva travestita da rigore normativo e lotta agli scafisti.
In queso scenario l’Italia si è mossa in linea con le politiche – talvolta anticipandole – poi adottate dall’Unione Europea, con un orientamento spiccatamente securitario che ha privilegiato il controllo delle frontiere rispetto all’accoglienza e all’integrazione. Nell’esperienza quotidiana del Centro Astalli, anche nel 2025 è proseguito un intenso lavoro di accompagnamento delle persone arrivate nel nostro Paese: ma con crescente fatica, a causa della scarsità di risorse e di un progressivo arretramento delle istituzioni, soprattutto sul versante dell’inclusione sociale.
Lo confermano i dati. L’Italia – da tempo meta di immigrazione – registra risultati di integrazione inferiori al suo potenziale. I migranti contribuiscono in modo significativo al mercato del lavoro, i loro livelli di istruzione crescono e i loro figli ottengono risultati scolastici positivi; anche i rifugiati mostrano nel tempo un forte attaccamento occupazionale. Tuttavia «i ritorni all’istruzione tra la popolazione migrante sono limitati.
L’occupazione è spesso concentrata in lavori a bassa qualifica – in particolare nei settori agricolo e dell’assistenza –, l’educazione e la formazione degli adulti rimangono limitate, e i ritorni all’istruzione sono bassi. Gli elevati livelli di povertà e il sovraffollamento abitativo tra i nati all’estero sottolineano la necessità di politiche sociali più inclusive, mentre regole restrittive in materia di naturalizzazione continuano a ritardare l’inclusione civica piena dei migranti di lunga permanenza e dei loro figli» (v. Rapporto OCSE, Stato dell’integrazione dei migranti – Italia, 2026).
Dall’esperienza quotidiana del Centro Astalli e dalle analisi europee emerge con chiarezza che la via maestra è investire nell’inclusione. Non come atto di generosità discrezionale, ma come scelta di lucidità politica e di coerenza con i valori fondativi delle democrazie. È un processo che non si improvvisa: esige competenza, continuità istituzionale, pazienza educativa e creatività civile, la capacità di immaginare risposte nuove a sfide che i vecchi schemi non riescono più a contenere. È tempo di superare le contrapposizioni ideologiche che impoveriscono il dibattito pubblico e partire, con onestà intellettuale, dalla realtà. L’instabilità geopolitica, le disuguaglianze globali, il declino demografico e le trasformazioni del mercato del lavoro possono essere fattori di disgregazione oppure diventare l’occasione per un’alchimia sociale nuova, capace di coniugare responsabilità e lungimiranza, apertura e sostenibilità. Sta alla politica, alle istituzioni e alla società civile scegliere quale strada percorrere. Questo Rapporto è un invito a compierla mettendo al centro la dignità di ogni persona e il bene comune.
P. Camillo Ripamonti sj
Presidente Centro Astalli
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Sintesi del Rapporto annuale 2026

